“Gene brucia grassi”

Recentemente è stato pubblicato uno studio sulla rivista "Cell", che ha aperto una nuova frontiera per il trattamento della resistenza insulinica. L'equipe di ricercatori ha individuato un gene " brucia grassi".

“Gene brucia grassi”

Come abbiamo più volte detto, l’obesità è la patologia che affligge la società moderna, tanto che è possibile parlare di una vera e proprio epidemia visto che circa il 20% della popolazione dei paesi occidentali è obesa.
L’obesità è strettamente legata al cambiamento dello stile di vita e delle abitudini alimentari delle società industrializzate, dove un maggior apporto di calorie e una scarsa attività fisica ha portato l’organismo ad un aumento dei depositi di energia sotto forma di grasso corporeo.
Anche se non è ancora chiaro, durante l’evoluzione l’uomo ha sviluppato dei meccanismi molto efficaci che permettono al nostro organismo di sopravvivere in condizioni di scarso apporto alimentare, purtroppo non vale l’inverso, ovvero a fronte di un maggior apporto calorico non ha sviluppato un meccanismo che consenta al nostro corpo di non trasformare quelle calorie in grasso
Appare quindi chiaro che la conoscenza completa dei fini meccanismi che regolano l’apporto calorico permetterà di arrivare a nuovi approcci terapeutici dell’obesità. Fino a quel momento per contrastare “l’epidemia” dell’obesità gli unici strumenti a nostra disposizione rimangono l’incentivo a un’alimentazione corretta e a un’attività fisica costante, con lo scopo di ripristinare quell’equilibrio energetico, mantenuto da una serie di meccanismi omeostatici che si sono affinati nel corso dell’evoluzione.
L’obesità è una vera e propria patologia, che ne porta con sé molte altre, cardiovascolari, diabete, ipercolesterolemia, ipertensione, resistenza insulinica, fino a quella che le raggruppa tutte definita Sindrome Metabolica.
In particolare la resistenza insulinica sembra avere un importante ruolo nell’eziopatogenesi dell’obesità.
L’insulina è un ormone prodotto dal pancreas che consente alle cellule di trasformare lo zucchero presente nel sangue in energia.
Quando nel sangue è presente più zucchero di quanto serva, viene immessa una maggiore quantità di insulina che lo trasforma in grasso che va a depositarsi negli strati adiposi, se però la maggior quantità di insulina non viene smaltita correttamente dal fegato si verifica un aumento di insulina in presenza di iperglicemia che è alla base del complesso fenomeno chiamato insulino-resistenza.
Le conseguenze di questa alterazione portano inevitabilmente ad un maggior accumulo di grasso e alla possibilità di sviluppare diabete o la tanto temuta sindrome metabolica.
Recentemente è stato pubblicato uno studio sulla rivista “Cell”, che ha aperto una nuova frontiera per il trattamento della resistenza insulinica.
L’equipe di ricercatori ha individuato un gene “ brucia grassi”.
In questa ricerca, gli scienziati hanno studiato un enzima denominato diaciglicerolo chinasi (DGK) delta, fondamentale per il mantenimento della sensibilità cellulare all’insulina. Il DGK delta svolge un ruolo nella disgregazione dei lipidi. I ricercatori hanno scoperto che il gene che produce il DGK delta è meno attivo nei tessuti muscolari delle persone con un tasso glicemico elevato e affette da diabete di tipo 2.
L’assenza di questo gene fa sì che le cellule muscolari siano meno sensibili all’insulina e con una minore capacità di bruciare i grassi, con il conseguente aumento del rischio di sviluppare obesità.
Lo studio ha inoltre evidenziato come correggendo i livelli di glucosio nel sangue con attività fisica e dietoterapia, e nei casi più gravi anche con l’aiuto di farmaci, è possibile potenziare l’attività del gene che produce DGK delta ripristinando la corretta sensibilità cellulare all’insulina.
La ricerca è stata sostenuta dai progetti EXGENESIS («Health benefits of exercise: identification of genes and signalling pathways involved in effects of exercise on insulin resistance, obesity and the metabolic syndrome») e EUGENE2 («European network on functional genomics of type 2 diabetes»), entrambi finanziati dall’UE nell’ambito dell’area tematica «Scienze della vita, genomica e biotecnologia della salute» del Sesto programma quadro (6° PQ).

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