Il grasso viscerale fa aumentare il rischio di demenza

Un recente studio pubblicato da Neurology, mette ancora una volta in evidenza l'importanza della distribuzione e localizzazione del grasso. e come il grasso viscerale faccia aumentare il rischio di demenza.

Un recente studio pubblicato da Neurology, mette ancora una volta in evidenza l’importanza della distribuzione e localizzazione del grasso e come il grasso viscerale faccia aumentare il rischio di demenza. Come abbiamo più volte detto sovrappeso ed obesità aumentano le probabilità di ammalarsi di diverse patologie, e queste patologie sono molto spesso legate alla localizzazione del grasso nella regione addominale.
Quindi è utile non solo conoscere il proprio peso ma soprattutto conoscere le caratteristiche della propria massa corporea.
Per capire se il proprio peso è normale o se, al contrario, si pesa troppo e quindi si è più a rischio per le malattie correlate all’obesità, il parametro più accreditato è l’INDICE DI MASSA CORPOREA O BODY MASS INDEX (BMI). Questo indice mette in rapporto il peso della persona (espresso in chilogrammi) con l’altezza (in metri al quadrato). Sebbene il BMI sia un efficace strumento di valutazione di sovrappeso ed obesità, non è però in grado di valutare l’effettiva composizione corporea per fare ciò è consigliabile VALUTARE LA MISURA DELLA CIRCONFERENZA VITA poichè essa rappresenta un valido indice della distribuzione del tessuto adiposo in sede viscerale, ed è quindi in grado di fornire utili indicazioni sulla localizzazione del grasso corporeo. La presenza di una quantità eccessiva di grasso a livello addominale infatti si associa spesso a numerose patologie come il diabete di tipo II, l’ipertensione arteriosa, la dislipidemia e le malattie cardiovascolari. Ma non solo infatti il suddetto studio ha messo in evidenza lo stretto legame fra circonferenza vita e la probabilità di ammalarsi del Morbo di Alzheimer.
Il morbo di Alzheimer
è una demenza progressiva invalidante più frequente nel soggetto anziano ma che può manifestarsi anche prima dei cinquant’anni. Prende il nome dal suo scopritore, è definito come quel «processo degenerativo che distrugge progressivamente le cellule cerebrali, rendendo a poco a poco l’individuo che ne è affetto incapace di una vita normale». In Italia ne soffrono circa 800 mila persone, con una netta prevalenza di donne Le cause del morbo di Alzheimer sono in parte sconosciute, è una malattia in cui la componente genetica sembra avere un ruolo preponderante, anche se non è la sola e non è una condizione necessaria. L’ipotesi genetica viene attualmente indagata a fondo, e sono state rintracciate particolarità coinvolte nella malattia sui cromosomi 21, 14 e 19. Nel corso degli anni si è pensato anche a fattori ambientali nella genesi della demenza, e sono state fatte svariate ipotesi per esempio, per un certo periodo si è ritenuto potesse essere causata dall’intossicazione da alluminio, un gruppo di ricercatori della University of North Dakota ha affermato che una tazza di caffe’ al giorno potrebbe aiutare a prevenire alcune forme di demenza, I ricercatori hanno dimostrato che una dose giornaliera di caffeina aiuta gli individui a proteggere il cervello dagli effetti nocivi del colesterolo, strettamente legato alla malattia . ”La caffeina – ha detto Jonathan Geiger, uno dei ricercatori dello studio – sembra bloccare molti degli effetti dirompenti del colesterolo che creano delle perdite nella barriera emato-encefalica”. ”Elevati livelli di colesterolo – ha aggiunto – sono un fattore di rischio per il morbo d’Alzheimer, forse potrebbe compromettere la protezione naturale della barriera emato-encefalica Una altro fattore accreditato come possibile causa e su cui si continua a discutere è la possibile influenza del livello di istruzione. Infatti, statisticamente la malattia è meno diffusa tra le persone che hanno un grado di cultura più elevato, anche se questo dato è soggetto a differenti interpretazioni: chi ha ricevuto un’istruzione superiore di norma appartiene a una classe sociale più agiata, quindi si è alimentato meglio, è vissuto con un comfort superiore e con beni e mezzi migliori. Pertanto potrebbero essere le migliori condizioni di vita generali a proteggere la persona e non la “ginnastica mentale” dello studio.

Sempre considerando lo stile di vita, uno studio condotto da ricercatori americani ha evidenziato che chi è in sovrappreso a 40 anni ha una maggiore probabilita’ di sviluppare l’Alzheimer e altre demenze durante la vecchiaia, rispetto a chi è normopeso.
Secondo l’articolo pubblicato da Neurology, la rivista della Società Americana di Neurologia, il rischio e’ 3,6 volte maggiore. Ad essere studiati sono stati 6583 californiani di età compresa tra i 40 e i 45 anni, a cui e’ stata misurata la densità addominale, cioè la distanza, verificata con un calibro, tra l’addome posteriore e quello anteriore. Questa misura è correlata con la quantità di grasso viscerale, cioè quello che si concentra intorno agli organi. Trentasei anni dopo il 16% dei partecipanti ha avuto una diagnosi di demenza.

In base a questo studio l’avere un grande addome costituisce un fattore di rischio: per chi lo ha ed e’ anche obeso si arriva a una probabilita’ 3,6 volte maggiore, ma anche chi ha la pancetta ma non e’ sovrappeso rischia fino a 2,3 volte di piu’. ‘Considerando che il 50% degli adulti americani ha questo problema, il risultato e’ preoccupante – spiega Rachel Whitmer, del centro ricerche Kaiser Permanente di Oakland, in California.
Ricordiamo inoltre che l’accumulo viscerale di grasso è legato non solo a fattori genetici (Allarme “globesity”: un problema del “ben-essere), ma anche l’alimentazione e lo stile di vita possono contribuire ad aggravare o meno la predisposizione familiare.
Una persona che si alimenta in modo equilibrato (privilegiando grassi vegetali anziché animali e consumando molta frutta e molta verdura, ricche di fibre) e che svolge regolarmente attività fisica non accumula grasso né in periferia né sull’addome.
Diventa quindi intuibile come abbiamo più volte affermato l’ importanza che lo stile di vita ha nella prevenzione dell’ obesità.
Per quanto riguarda l’ attività fisica i benefici sono innegabili: il compenso glicemico, il profilo lipidemico ed il benessere generale migliorano con un’attività fisica svolta regolarmente con una frequenza di almeno 3 volte la settimana. Per quanto riguarda in specifico i soggetti obesi si consigliano almeno 5 sedute settimanali di circa 30 minuti.
Unitamente all’attività fisica è inoltre necessario attuare un regime dietetico corretto che deve avere 3 obiettivi fondamentali:
Mantenere la glicemia a livelli quasi normali
Normalizzare l’assetto lipidico
Stabilizzare il proprio peso corporeo entro certi canoni d’accettabilità mantenere cioè sempre “un peso ragionevole”.

Infine ricordiamo che l’ obesità è comunque correlata ad uno stato infiammatorio cronico e che non possono esistere diete generalizzate che non tengono conto degli equilibri personali e della risposta individuale al cibo.

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