Meglio essere a mela o a pera?

Per quanto riguarda le caratteristiche della massa adiposa una recente ricerca svela che il paradigma secondo cui il grasso accumulato sui fianchi, sui glutei e sulle cosce sia meno dannoso di quello sulla pancia è falso, anche se l'ipotesi iniziale aveva una sua giustificazione logica.

L’organizzazione mondiale della sanità ha battezzato l’obesità come le Pandemia del XXI secolo, questo è il motivo per cui si sono moltiplicati gli studi sui fattori genetici e ambientali che ne determinano l’insorgenza.

Tra gli ultimi studi di particolare interesse è quello che sottolinea come la quantità di tessuto adiposo è un parametro più indicativo dell’indice di massa corporea per la comprensione delle cause dell’obesità.

Uno studio realizzato dall’Università di Bilbao, ha analizzato i dati relativi ai parametri antropometrici di alcuni nuclei familiari con figli adolescenti verificando la correlazione con quelli dei parenti più prossimi, e il dato interessante che è emerso è stato che nella determinazione dei parametri quali altezza, morfologia corporea e quantità di tessuto adiposo, il fattore ereditario gioca un ruolo importante, ma nella determinazione della quantità di tessuto adiposo l’incidenza dei fattori ambientali supera quelli ereditari.

Tra tutti i fattori relativi all’ambiente familiare quelli maggiormente correlati all’obesità sono risultati l’età della madre, bambini nati da madri molto giovani hanno più massa corporea e più tessuto adiposo, e il livello di scolarità dei genitori.

Per quanto riguarda le caratteristiche della massa adiposa una recente ricerca svela che il paradigma secondo cui il grasso accumulato sui fianchi, sui glutei e sulle cosce sia meno dannoso di quello sulla pancia è falso, anche se l’ipotesi iniziale aveva una sua giustificazione logica.

Ovvero diversamente da quello localizzato nel tessuto sottocutaneo o nei muscoli, il tessuto adiposo dell’addome non serve solo a immagazzinare energia, ma svolge anche funzioni metaboliche ed endocrine, per questo i medici e i cardiologi misurano il giro vita, e il rapporto tra la misura della vita e dei fianchi, oltre all’indice di massa corporea, valore che si basa sul peso in relazione all’altezza dell’individuo per valutare il rischio cardiovascolare dei propri pazienti.

Una recente ricerca pubblicata su Lancet, che ha coinvolto 220.000 persone appartenenti a 58 gruppi di 17 nazioni,  ha evidenziato che il grasso in eccesso fa sempre male al cuore qualunque sia la sua localizzazione.

I partecipanti sono stati selezionati quando avevano in media 58 anni e stavano bene; sono poi stati seguiti per anni, registrando tutti gli eventi cardiovascolari che si sono man mano verificati, e che sono stati oltre 14.000.

Lo studio ha confermato che, in qualunque modo lo si misuri, e dovunque si accumuli di più, il grasso in eccesso aumenta di una quota variabile dal 23 al 30 per cento il rischio di incappare in un infarto o in un ictus, senza dimenticare una maggior predisposizione allo sviluppo di Diabete di tipo II e Sindrome Metabolica.

Ricordiamo inoltre  che  esistono due tipi di grasso corporeo:

 

  • Quello Bianco che tipicamente si accumula attorno all’addome e in altri distretti corporei e che immagazzina le calorie di troppo che assumiamo, le cellule di questo tessuto adiposo contengono una singola grande goccia di lipidi, come il colesterolo e i trigliceridi.
  • Quello Bruno invece contiene molte goccioline di lipidi ciascuna delle quali è affiancata da elementi cellulari che ne consentono un agevole utilizzo ai fini della generazione di energia, e proprio per questo il grasso bruno è considerato grasso “buono”.

Normalmente i bambini possiedono una buona quantità di grasso bruno alla nascita , per difendersi dal freddo, questo però diminuisce progressivamente per far posto a quello bianco.

Nella lotta all’obesità sarebbe interessante cercare un modo per trasformare il grasso bianco in quello bruno, questo è stato il fulcro di uno studio condotto da alcuni ricercatori della Johns Hopkins che sono riusciti , silenziando nel cervello di alcuni ratti una proteina che stimola l’appetito, non solo a ridurre l’assunzione calorica da parte degli animali, ma anche a trasformare il loro grasso in una forma che più facilmente viene “bruciata” e trasformata in energia.

Hanno così progettato un esperimento per vedere se la soppressione del neuropeptide Y (NPY) nell’ipotalamo dorsomediale potesse permettere una diminuzione del grasso corporeo dei ratti. Questa struttura cerebrale è notoriamente collegata alla gestione della sete, della fame, della temperatura corporea, del bilancio idrico e della pressione sanguigna.

In questo modo hanno potuto verificare l’esattezza della loro previsione dei livelli di tessuto adiposo, tuttavia hanno anche inaspettatamente scoperto che il grasso bianco era stato pressoché completamente sostituito da grasso bruno.

Secondo i ricercatori la trasformazione fra i due grassi in seguito alla soppressione di NPY potrebbe essere legata all’attivazione delle cellule staminali per il grasso bruno che comunque continuano a persistere disperse nel grasso bianco.

Questa ipotesi  deve essere ulteriormente approfondita non solo in campo animale ma anche umano.

Il nostro consiglio come sempre è di mantenersi in salute conducendo uno stile di vita sano e seguendo una corretta alimentazione, anche se segnaliamo l’importanza di questi studi che tentano di risolvere un problema così grave e diffuso come l’obesità.

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