Mercurio e tossicità cardiovascolare

Fra i metalli pesanti a cui l'organismo umano è esposto (cadmio, piombo, alluminio, ferro, arsenico ecc.), il mercurio è considerato il più pericoloso per la salute umana e lo studio dell'esposizione a questo contaminante richiede quindi particolare attenzione...

L’attenzione del mondo scientifico rivolta agli effetti sulla salute derivanti dall’esposizione cronica ai metalli pesanti presenti nell’ambiente è sempre maggiore. Fra i metalli pesanti a cui l’organismo umano è esposto (cadmio, piombo, alluminio, ferro, arsenico ecc.), il mercurio è considerato il più pericoloso per la salute umana e lo studio dell’esposizione a questo contaminante richiede quindi particolare attenzione.

In natura questo metallo esiste in tre forme di base: elementare, inorganica e organica. Le amalgame dentali sono la fonte più comune di mercurio elementare, mentre il mercurio organico (etil- e metilmercurio) si trova principalmente nei pesci e nei mammiferi marini. Il mercurio inorganico infine (Hg2+), è la forma tossica presente nel tessuto umano dopo la conversione da altre forme. Anche se le amalgame dentali sono state storicamente la principale fonte di esposizione umana, pesci e mammiferi del mare stanno diventando una fonte ambientale crescente di esposizione a questo metallo.

Le conseguenze sulla salute cardiovascolare della tossicità da mercurio sono state identificate solo negli ultimi anni, ma è ormai chiaro che abbiano una forte rilevanza. Questo metallo non ha alcun ruolo fisiologico noto nel metabolismo umano e l’organismo non ha meccanismi per espellerlo attivamente. Esso ha però un’elevata affinità per i gruppi sulfidrilici di diversi enzimi ed è in grado di inattivare numerose reazioni biochimiche, oltre a ridurre l’attività degli antiossidanti contenenti zolfo, contribuendo a una minore difesa dai processi ossidativi e quindi all’aumento dello stress ossidativo.

Inoltre, anche a bassi livelli di esposizione cronica, il mercurio può provocare disfunzioni dell’endotelio, il tessuto di rivestimento dei vasi sanguigni. A conferma di tutto ciò, elevati livelli di questo elemento nelle urine, nei capelli, nel sangue o nelle unghie si associano con un aumentato rischio di malattie dell’apparato cardiocircolatorio. Le conseguenze cliniche della tossicità cardiovascolare di questo metallo includono, fra le altre, l’ipertensione, l’infarto miocardico, le aritmie cardiache e gli eventi cerebrovascolari (per es. ictus). L’esposizione al mercurio andrebbe valutata in ogni paziente con ipertensione, malattie cardiovascolari, malattie coronariche, eventi cerebrovascolari o altre malattie del sistema cardiocircolatorio che hanno una potenziale relazione con la presenza di elevate concentrazioni di questo elemento nell’organismo.

Occorre ricordare che la principale fonte di esposizione umana al metilmercurio tramite l’alimentazione è rappresentata dai prodotti ittici. Ciononostante, anche se l’esposizione a questo metallo pesante aumenta il rischio di patologie cardiovascolari, molte delle conseguenze in questo ambito possono essere mitigate dalla concomitante assunzione di acidi grassi omega-3 e selenio contenuti nel pesce. A questo punto viene spontaneo chiedersi se convenga davvero consumare pesce frequentemente.

La tabella riporta i risultati di un’analisi chimica su un campionamento effettuato qualche anno fa in Toscana dall’Università di Siena. Da una prima osservazione dei risultati riportati in tabella emerge subito che tutti i prodotti ittici contenevano del mercurio. I pesci di grossa taglia (come la cernia) e quelli che occupano le più alte posizioni all’interno della catena trofica (come il tonno) sono quelli che presentavano i livelli più elevati di metilmercurio.

La sogliola, un pesce di piccola taglia non predatore (che quindi non dovrebbe in teoria presentare elevati livelli di contaminanti) rappresenta un’eccezione: l’ecologia dell’animale (che vive sui fondali marini fangosi) potrebbe infatti spiegare i livelli relativamente elevati riscontrati in questo animale. Le concentrazioni rilevate in questo studio rientrano comunque nei limiti consentiti dal regolamento (CE) n.1881/2006 che prevede un limite massimo di 0.50 mg per Kg di pesce (peso fresco), a eccezione di alcune specie (come l’anguilla, il pesce spada e l’halibut) per le quali il regolamento fissa un limite massimo di 1.0 mg per Kg di pesce (peso fresco), a eccezione Dall’incrocio di questi risultati con le statistiche di consumo per il centro Italia (Fonte: INRAN) è stato possibile calcolare un intake giornaliero di mercurio pari a 2.37 ug/persona/giorno per i pesci freschi e congelati e pari a 1.11 ug/persona/giorno per i pesci conservati.

Inoltre, nel 2004 l’Autorità europea per la sicurezza alimentare aveva effettuato una valutazione del rischio per quanto riguarda l’esposizione al mercurio attraverso il consumo di pesce, suggerendo cautela nel caso dei consumatori più sensibili: donne in gravidanza e allattamento e bambini nei primi anni di vita. Tenendo conto dell’importante contributo nutrizionale del pesce, si è deciso di raccomandare alle donne in età fertile (soprattutto se intendono intraprendere una gravidanza), incinte o in allattamento, di selezionare pesci di specie diverse, evitando di dare la preferenza ai pesci più grandi, soprattutto se predatori (come il pesce spada e il tonno). Grazie al loro posto nella catena alimentare infatti, questi ultimi possono contenere livelli più elevati di metilmercurio rispetto ad altre specie di pesci poiché, oltre a essere esposti alle sostanze chimiche presenti nell’ambiente, le assumono anche cibandosi delle loro prede. Anche l’origine del pesce andrebbe tenuta d’occhio, cercando di non consumare pesci che derivano da aree contaminate, come nel caso del pangasio che viene pescato nel delta del Mekong, un’area particolarmente inquinata. Per quanto riguarda invece il pescato del Mar Baltico, le autorità svedesi e finlandesi hanno riportato in passato una diminuzione della concentrazione di alcuni inquinanti organici persistenti, dovuta a politiche di riduzione dell’uso di alcuni di questi composti (Pcb, ecc.). La diminuzione dei livelli di contaminazione del pesce baltico non è stata però continua e si è arrestata a un livello che richiede ancora cautela. Il consiglio è quindi quello di badare anche all’origine del pesce, alternando specie e zone di pesca diverse, tra cui ad esempio, l’Oceano Atlantico.

Il pesce è parte importante di una dieta sana, in quanto fornisce importanti sostanze nutritive, in primis gli acidi grassi essenziali a catena lunga di tipo omega-3. Le raccomandazioni nutrizionali internazionali consigliano di consumare almeno tre porzioni di pesce alla settimana.

Ulteriori indicazioni per quanto riguarda i tipi di pesce più adatti al consumo vengono fornite dalle autorità nazionali per la sicurezza alimentare, presenti in ogni stato membro dell’Unione Europea. L’argomento è però tutt’altro che chiuso, dal momento che una revisione Cochrane di qualche anno fa ha concluso che non è chiaro se l’assunzione di acidi grassi omega-3 possano davvero modificare il rischio (nella popolazione generale o nei soggetti affetti da, o a rischio di  malattie cardiovascolari) di mortalità o di incidenza di eventi cardiovascolari (come infarti e ictus).

Nessuna differenza è stata riscontrata quando gli omega-3 derivavano dal pesce, dai vegetali o dagli integratori. Tuttavia, il panel aveva concluso che non vi fossero prove sufficienti per smentire la necessità di assumere una ricca fonte di grassi omega-3 (la cui assunzione attraverso il pesce è quindi ancora raccomandata), sottolineando che studi di qualità più elevata fossero necessari per confermare l’eventuale effetto protettivo nei confronti del rischio cardiovascolare.

Infine, secondo una recente metanalisi aggiornata, basata su diciassette studi di popolazione, sia un consumo di pesce limitato (una porzione a settimana) che moderato (2/4 porzioni/sett.) hanno un effetto significativamente positivo sulla prevenzione della mortalità per malattie coronariche.

L’esposizione umana al mercurio é quindi un tema che continuerà a destare particolare attenzione, soprattutto alla luce dei risultati più recenti che lo vedono come possibile cofattore in molte patologie cardiovascolari. Nonostante il pesce rappresenti una potenziale fonte di esposizione a questo metallo pesante, al momento non sembrano esistere reali controindicazioni al consumo di questo alimento, fatta eccezione per la maggiore attenzione richiesta ad alcune categorie particolarmente sensibili in relazione alle donne in età fertile. Il consiglio valido per tutti è quello di consumare pesce scegliendo in modo oculato e senza esagerare con le quantità, consumando un paio di volte la settimana tagli di animali diversi e pescati in zone differenti.

 

Campioni alimentari di prodotti ittici e rispettivi valori di mercurio

Campioni

Mercurio (mg/Kg)

Tonno in olio extra vergine di oliva

0.39

Bottarga di tonno

0.14

Polpa di granchio

0.07

Tonno al naturale

0.12

Filetto di tonno

0.26

Pasta di acciughe

0.07

Filetto di cernia

0.16

Filetti di platessa

0.05

Vongole sgusciate

0.02

Seppie

0.02

Trancio di salmone

0.03

Merluzzo

0.13

Sogliola

0.20

Filetti di sgombro

0.07

Orata

0.02

Bastoncini di merluzzo

0.02

Campioni alimentari di prodotti ittici e rispettivi valori di mercurio espressi in mg/Kg superiori o uguali

al limite minimo di misura (0.01 mg/Lg)

 Note: L’amalgama utilizzata in odontoiatria per le otturazioni è una miscela di mercurio (50%), argento (22-32%), stagno (11-14%), rame (6-9%) e zinco (2%). Nel momento in cui viene rimossa dalla bocca del paziente è considerata materiale contaminante e deve essere inviata a speciali unità di smaltimento di rifiuti speciali.
Il salmone dell’Atlantico è uno dei pesci più ricchi di omega-3 (1.8g x100g), seguito dall’acciuga europea (1.7g), dalla sardina del Pacifico (1.4g), dall’aringa dell’Atlantico (1.2g) e dallo sgombro dell’Atlantico (1g).
Ricordiamo che il mercurio si accumula nell’organismo al pari degli altri metalli tossici e si deposita anche nei capelli, che possono essere presi come campione per l’effettuazione di un mineralogramma (analisi del capello)

Tratto da: Professione Salute (Aprile 2013) 

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