Obesità e depressione

In Italia negli ultimi dieci anni la prevalenza dell'obesità è aumentata del 50 per cento soprattutto nei soggetti in età pediatrica e nelle classi socio-economiche più basse. Le spese socio-sanitarie dell'obesitàsono stimate in circa 23 miliardi di euro annui......

In Italia negli ultimi dieci anni la prevalenza dell’obesità è aumentata del 50% soprattutto nei soggetti in età pediatrica e nelle classi socio-economiche più basse.
Le spese socio-sanitarie dell’obesità sono stimate in circa 23 miliardi di euro annui. La maggior parte dei costi è dovuta all’incremento della spesa farmaceutica e ai r
icoveri ospedalieri, ad indicare quanto il sovrappeso e l’obesità siano i reali responsabili di una serie di gravi patologie associate quali problemi cardiovascolari, metabolici, osteoarticolari, tumorali e respiratori.
L’obesità è la più frequente disfunzione nutrizionale nel mondo, caratterizzata da un aumento di peso corporeo per accumulo di grassi nel tessuto adiposo, in quantità eccessiva rispetto alle necessità fisiologiche dell’organismo tale da determinare un rischio per la salute. Secondo un modello medico-neurobiologico-psicologico integrato l’obesità può essere inquadrata come una condizione morbosa con cause multifattoriali, caratterizzata dalla presenza di un disturbo quantitativo e qualitativo del comportamento alimentare.

I fattori che determinano la comparsa di questa patologia sono:

  • Fattori neurobiologici: ovvero alterazione dell’equilibrio dei neurotrasmettitori che regolano i segnali fame e sazietà, tale squilibrio è in parte dovuto a fattori ereditari e in parte a scorrette abitudini alimentari acquisite soprattutto nella primissima infanzia.
  • Fattori metabolici: rallentamento del metabolismo basale, scarsa attività fisica, riduzione dell’ossidazione lipidica.
  • Fattori psicologici e socio-culturali: difficili da identificare perché il quadro dell’obesità è molto complesso.

I soggetti obesi si dividono in 3 tipologie principali che tengono conto degli aspetti cognitivi ed emotivi:

  • Gli iperfagici prandiali, assumono grandi quantità di cibo prevalentemente durante i pasti, mangiano con piacere soprattutto in compagnia e non provano alcun malessere psicologico legato all’assunzione degli alimenti . L’iperfagia prandiale è legata ad abitudini familiari, gli eccessi di cibo se non frequenti di solito portano solo al soprappeso.
  • I grignotteurs, mangiucchiano piccole quantità di cibo, in modo particolare alimenti molto calorici, durante tutta la giornata, di solito mangiano piano e gustano il cibo ma a differenza dei primi che lo fa in situazioni conviviali i grignotteurs lo fanno per noia o malessere fisico, di solito hanno sindromi ansiose o depressive.
  • I binge eaters, hanno un disturbo del comportamento alimentare grave, caratterizzato da abbuffate episodiche con perdita di controllo e successive deflessioni dell’umore, per abbuffata si intende l’assunzione di grandi quantità di cibo in modo incontrollato.

Molti studi hanno evidenziato uno stretto legame tra depressione ed obesità, infatti adolescenti depressi corrono un rischio maggiore di diventare e rimanere obesi. Vi sono disturbi del comportamento tra cui ricordiamo il Disturbo Affettivo stagionale, l’obesità da consumo eccessivo di carboidrati e la Sindrome Premestruale, che sono accomunati da depressione, apatia, incapacità di concentrazione ed episodi di ipernutrizione con perdita di controllo e aumento di peso. Spesso l’assunzione smodata di dolci e altri carboidrati ha come effetto l’aumento della serotonina responsabile dell’aumento del tono dell’umore.
Dobbiamo anche sottolineare come se la depressione porta all’obesità anche l’obesità può portare alla depressione, il paziente obeso si comporta nello stesso modo l’assunzione di cibo provoca un innalzamento dell’umore grazie all’aumento della serotonina ma aumenta anche il peso.

Obesità e ipertensione arteriosa rappresentano un cocktail micidiale per il cuore perché stimolano fortemente la formazione di stati infiammatori cronici dei vasi, l’insorgenza dell’aterosclerosi e, quindi, aumentano la probabilità di infarto.
Lo rivela uno studio apparso sulla rivista Brain, Behavior and Immunity, in cui Karl-Heinz Ladwig, del GSF National Research Center for Environment and Health secondo il quale i livelli della sostanza CRP, indicatore di infiammazione arteriosa, sono tanto più alti quanto più un individuo è obeso e ancora di più se insieme all’obesità c’è anche uno stato depressivo.
Quindi non è sempre vero che i “magri” sono tristi mentre i “grassi” sono sempre allegri, spesso l’allegria nasconde un disagio profondo che un programma nutrizionale corretto finalizzato alla perdita di peso concordato con un medico può in parte migliorare.
Non esiste una dieta ideale che vada bene per tutti, programmi nutrizionali generici si scontrano con il concetto di infiammazione e conseguentemente anche di ipersensibilità alimentare che a volte può spiegare quanto possono essere inutili gli sforzi che vengono compiuti da un singolo soggetto.
Appare quindi sempre più evidente come lo studio delle intolleranze alimentari, cioè del mondo in cui ciascuno, individualmente, reagisce ai cibi che introduce con l’alimentazione e il confronto con il cibo, che ha in se una realtà immunologica fino ad oggi molto spesso sottovalutata, proietta nel futuro possibilità terapeutiche di estremo interesse.

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